La mia carriera da handicappata iniziò con un viaggio a Lourdes, avevo dieci anni finiti.

 

… Lourdes: quanta gente! quante carrozzine! quanti letti con le ruote! Mi sono resa conto di non essere l’unica, anzi che eravamo in tanti, tantissimi, piccoli, giovani, vecchi, ma perchè? non capivo.

Qualcuno mi disse che ero così perché Gesù mi voleva più bene che ad altri. Continuavo a non capire. Me ne tornai delusa perché non camminavo, e con un senso di colpa dentro perché se non ero guarita voleva dire che a dieci anni non avevo abbastanza fede.

Con noi viaggiava un prete e una signorina col compito di aiutarci.

Con loro parlavo molto: raccontavo delle amiche, dei giochi, della scuola elementare che avevo appena finito, del grande desiderio di continuare le medie e delle difficoltà che avevo per poterle frequentare.
Mi rivelarono l’esistenza di grandi case dove gli handicappati abitavano tutti insieme, studiavano, facevano amicizia e venivano assistiti nei loro bisogni. Si riaccese la speranza di poter continuare le scuole. Ero curiosa ed entusiasta.

Chiesi cosa dovevo fare per entrare in una di queste case che io immaginavo con ampi saloni, finestroni aperti al sole, un grande giardino con tanti balocchi, tanti bambini e con delle signorine che ci seguivano nei giochi, ci aiutavano nei compiti e ci volevano bene…

 

A Lourdes avevo conosciuto la signorina Liliana e Padre Raffaele che avevano accolto il mio desiderio di continuare gli studi e la preoccupazione dei miei genitori riguardo il mio futuro con loro.

 

… Si diedero da fare per trovare “la casa” dove io avrei dovuto trascorrere felicemente il mio futuro. Un giorno vennero a cercarmi due signorine, una di loro era cieca. Appartenevano ad un
istituto di Roma, “Il Piccolo Rifugio”. Avevano ricevuto una domanda di ricovero per me presso il loro centro. Mi proposero di andare con loro al mare a Torvaianica per le vacanze estive, così — dicevano — ci conosciamo in un clima di vacanza e ti sarà più facile inserirti in istituto. Accettai con entusiasmo e partii.

 

Al Piccolo Rifugio non trovai solo bambine, ma anche signorinelle e forse qualcuna aveva anche qualche anno in più. Io presi subito in simpatia Nicoletta, una ragazza di diciassette anni che
non camminava, ma con la carrozzina faceva acrobazie; suonava la pianola molto bene e frequentava la scuola superiore. Mi ritrovai per la seconda volta assieme ad altri handicappati. Fu per me una nuova conferma di non essere la sola e fece capolino in me l’idea che avrei potuto fare tante cose belle e interessanti. A Torvaianica tra noi e le assistenti — che si facevano chiamare zie — eravamo circa una trentina. La direttrice si faceva chiamare mamma. Il bagno al mare non lo facevamo perchè la stagione calda era ormai alla fine, però ci facevano giocare molto con la sabbia. C’era un’aria vacanziera e di questi giorni mi rimane un buon ricordo. Le zie mi portavano sempre fuori con la macchina e mi compravano i dolci.

 

In questo istituto non c’erano le scuole medie e le zie si resero conto ben presto che questo era il mio grande desiderio.

 

Allora mi proposero di spostarmi in una loro succursale del nord, dove c’era la possibilità di frequenza scolastica, e nelle vacanze sarei tornata a Roma. Ero entusiasta di questa proposta …



 



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