Iniziò così la mia avventura al Cottolengo di Roma.…

La domenica del 25 Ottobre 59 aspettai con ansia l’arrivo dei miei genitori per festeggiare il mio compleanno scoccato due giorni avanti. Giunsero con un regalo inaspettato: la decisione di portarmi via. Non era loro piaciuta la proposta delle zie. Avevano trovato un “posto bellissimo” per me. Mamma mi disse: “Sono andata con la signorina Liliana a vedere un istituto a Roma, ma è vecchio, piccolo e con una puzza di broccoli.

L’impressione è stata proprio brutta. Siamo poi andate a vederne un altro, sempre a Roma, e questo era bello, grande e pulito”.

Non sono stati molto convincenti. Ho pianto molto nel lasciare la piccola struttura dove trascorsi la mia prima vacanza lontano dalla famiglia. Volevo molto bene sia alle zie che alle compagne e non m’importava molto se la casa dove stavo andando era più bella.

Sul pulman che mi riportava a Roma piansi ininterrottamente, i miei genitori per un po’ vacillarono nella loro decisione, ma poi si tirò dritto verso il nuovo istituto. Erano circa le tre e mezzo del pomeriggio quando varcammo il cancello dell’entrata al Cottolengo. La prima cosa che vidi furono le sbarre di ferro del cancello che si richiudevano come a seppellirmi. Di fronte si ergeva il grande portale della chiesa, mentre a fianco c’era la portineria monumentale con scritto in alto: “Casa Della Divina Provvidenza”…

 

Al Cottolengo

 

… La sera ho visto anche la zona notte che era al piano di sopra: due cameroni enormi. Avevamo la luce notturna e non restavamo mai al buio completo. Al centro della stanza c’era un grande vaso da notte. Se avevamo urgenze di fare i nostri bisogni fisiologici usavano per tutte questo vaso che veniva svuotato la mattina. La suora aveva la sua stanzetta vicino ai cameroni. La sera quando spegneva la luce ci faceva dire le preghiere, dopo di che guai a chi parlava altrimenti il giorno dopo erano castighi. Le luci si spegnevano intorno alle nove. La mattina ci alzavamo presto perché alle sette dovevamo essere già in chiesa per la messa. Prima però dovevamo alzarci, lavarci, vestirci e dire tutte insieme le preghiere del mattino. Tornate dalla messa facevamo colazione. Dalla cucina arrivava latte e caffè d’orzo, poi suor Francesca apriva un armadio dove erano depositati i dolci che ciascuna bambina aveva suoi personali perché portati dai familiari. Alcune bambine non avevano famiglia, erano state mandate lì dall’Orfanotrofio di Narni, e per loro c’era soltanto il pane.

Poi si andava a scuola: era una stanzetta con dei tavolini. Le piccole facevano nelle prime due ore una specie di preparazione alla prima elementare. Le più grandi facevano terza, quarta o quinta elementare, tutte nella stessa classe, nelle stesse ore e con la stessa maestra che era suor Francesca. Ogni classe veniva ripetuta due anni perché erano scuole differenziali. Delle “medie” neanche a parlarne. Io avevo già frequentato le scuole e così mi hanno messa a seguire le piccoline. Le uniche lezioni a cui partecipavo erano quelle di storia sacra, il pomeriggio, due volte alla settimana.

Passavo molte ore a guardare le bambine piccole, quando non erano a scuola, aiutata da Jvonne; aveva nove anni, camminava senza stampelle, ma aveva poco equilibrio e cadeva sempre. Le bambine correvano, scappavano e io più che urlargli di star ferme non potevo fare. Jvonne invece le rincorreva e cadeva in continuazione, come nelle comiche…

 

… Questo istituto non era il luogo che sognavo, svanì presto in me ogni possibilità di continuare le scuole. Io non dicevo niente a mamma e papà. Quando venivano a trovarmi mi convincevo che in qualsiasi caso lo avevano fatto per il mio bene. Nel frattempo in me cominciava ad insinuarsi un’altra idea, quella di essere considerata un peso per la famiglia.

Ad aiutare suor Francesca c’era una signorina che aveva superato i cinquant’anni e si chiamava Teresina, noi la chiamavamo “il Boione”. Tutti i giorni, mentre ci insegnava a cucire, ci diceva che noi eravamo invalide e che quelle come noi che restavano in famiglia prima o poi finivano sul marciapiede a chiedere l’elemosina. Ci invitava poi a pregare il santo fondatore dell’istituto per ringraziarlo di aver fatto nascere questa opera garantendoci così di essere assistite e di non essere un peso e una sofferenza per la famiglia.

Queste cose piano piano sono penetrate dentro di me. Riuscivo persino a ringraziare Dio per avermi salvata dai mali del mondo. Non ero sola, eravamo in tanti, bastava rassegnarsi. Mi sentivo brutta, avevo vergogna a mostrarmi agli altri e rimanere lì mi faceva sentire protetta.

La vita all’interno nel reparto era piuttosto monotona: al mattino messa, colazione, scuola, poi c’era il pranzo che diventava sempre una complicazione per me che non avevo appetito e non mi piacevano parecchie cose, ed era un problema far sparire quelle che non volevo mangiare, senza che la suora o il Boione si accorgessero del fatto. Quando scoprivano le nostre marachelle ci rimproveravano di brutto, ma non ci picchiavano. A prendere le botte erano solo le bambine che non avevano famiglia. Talvolta non venivano usate solo le mani ma anche le sedie…

 

Pur essendo tra le più piccole di età, avendo già frequentato la quinta elementare mi spostarono dopo un anno nel reparto dei grandi più gravi.

 

… Entrai nell’ascensore situato nel padiglione vecchio dell’istituto e salii al secondo piano; mi trovai in un lungo corridoio; giunsi davanti ad una porta di vetro lavorato che faceva trasparire solo le ombre. A ricevermi c’era suor Agnese. Il reparto era formato da una camera di otto letti, una di sedici e una di quattro chiamata l’”isolamento”. C’era inoltre la stanzetta delle suore e un lungo corridoio che fungeva praticamente da zona giorno e nello stesso tempo collegava le camere e i bagni. Ad un certo punto il corridoio faceva angolo e lì c’erano i lavandini per lavare i piatti. Si mangiava lungo il corridoio.

In questo reparto, oltre Lina che aveva diciotto anni, le altre erano tutte dai vent’anni in su. Io e Lina dormivamo nel camerone di sedici letti. Con noi dormiva Marisa, che aveva il letto con le sbarre; non so bene cosa avesse, capiva abbastanza però urlava e sbatteva sempre le braccia sulle sbarre, come se fosse stata arrabbiata con il mondo intero. Giovanna, sua amica inseparabile, inchiodata nel letto, riusciva a muovere solo gli occhi che sembravano sempre urtati e scontenti. Marisa sarà stata in tutto alta mezzo metro, aveva gambe e braccia incrociate sul petto e la testa inchinata da una parte, era sempre a letto e piangeva in continuazione perché aveva dolori forti; morì poco dopo il mio arrivo.

Laura invece era una specie di monumento perché era stata la prima ricoverata di questo istituto; camminava, aveva problemi psichici e il mal di cuore, aveva sempre le labbra e le unghie viola, ma la cosa che più mi colpiva era la sua gamba dal ginocchio in giù: era blu e gli dava prurito, lei si grattava a più non posso e perdeva sangue e nella gamba aveva sempre tante ferite. Mi faceva paura e ribrezzo contemporaneamente. Laura però mi faceva assistenza. Le altre che dormivano in questa stanza erano handicappate psichiche gravi e molte di loro erano epilettiche.

Nella camera da otto letti dormivano persone considerate più serie, e rispettabili. Ci dormiva Bernardina, una donna che aveva superato i cinquant’anni e stava in carrozzina. Credo avesse avuto la poliomielite, aveva la mania di comandare; si sentiva superiore anche alle suore e non ho mai capito perché la lasciassero fare. Io e Lina diventammo amiche inseparabili e Bernardina non ci sopportava, diceva che eravamo delle mocciose. Lavorava a maglia, faceva dei lavori molto raffinati e la chiamavano “mani di fata”. Da lei abbiamo imparato a lavorare pure noi. Le altre della camera di otto letti erano pressappoco inesistenti, “mani di fata” compariva per tutte.

Nell’isolamento c’erano sempre tre letti disponibili per persone di altri reparti, qualora prendessero una malattia infettiva. Il quarto letto era occupato da Domenica, che urlava giorno e notte …

 

… Ormai era calato il sipario del mondo esterno. La mia vita era lì, in quello spazio limitato si spegneva sempre più la speranza di riprendere la scuola. Capivo ormai che dovevo rinunciare a molte cose, ma non volevo far pesare (più di quello che già pesava) la mia situazione ai miei genitori. Non volevo che si sentissero in colpa per avermi rinchiusa in istituto. Continuai a tacere loro le difficoltà che incontravo in quest’ambiente. Dentro di me pensavo che se avessero saputo che non mi trovavo bene, pur affrontando grossi sacrifici mi avrebbero portata via.

Nella mia mente incominciai a fare confronti tra me e le mie sorelle. Esse erano belle, avevano un fisico perfetto, i capelli alla moda... i miei capelli erano cortissimi e puzzavano di alcool. “Ma io ero diversa!” Questa frase balenava dentro di me, e io la seppellivo dietro una fredda e insensibile “idea” di rassegnazione …

 

… La domenica aprivano la biblioteca interna. La scelta era tra i libri sulla vita dei santi ed i romanzi della collana rosa. Io ne facevo scorta e passavo ore e ore a leggere storie difficili ma sempre con un lieto fine. Mi immedesimavo in questi racconti e me li vivevo dentro, aspettando anch’io il mio finale rosa. …

 

… A Natale, a Pasqua e nel mese di agosto andavo a casa. Per me erano momenti desiderati. Veniva a prendermi papà con un suo amico di lavoro. Tornare a casa significava giocare, stare con le mie sorelle, mangiare cose buone, venire protetta da mamma e coccolata da papà, sentirmi parte della famiglia, reincontrare le mie amiche. Significava affacciarmi su quel mondo che non mi apparteneva più ma che mi attirava tanto. Poi tornavo in istituto e tutto terminava come se interrompessi un bel romanzo …

 

… Suor Maria era una tipica donna campagnola di mezza età, aveva l’aria bonaria, mi pareva più umana. Con tutto il cuore sperai che le condizioni di vita in quel reparto cambiassero in meglio. Invece non mi ci volle molto per capire che non le ero simpatica. Aveva sempre qualcosa da ridire sul mio comportamento. In quel periodo avevo circa tredici anni, perciò avevo interessi diversi dalle altre compagne del reparto, sia per la differenza di età, sia per l’handicap psichico di molte di loro. Trascorrevo ore e ore con la radiolina attaccata all’orecchio, la musica mi faceva sognare e io mi lasciavo andare. Suor Maria non sopportava di vedermi così, diceva che dovevo comportarmi da adulta. Spesso quando mi prendeva in flagranza mi sequestrava la radiolina per alcuni giorni; la domenica però me la ridava sempre perché venivano i miei familiari. Un giorno non si accontentò di togliermi la radiolina; mi vidi arrivare una cascata di schiaffoni e dopo pochi minuti sul mio fianco destro c’era un grosso livido. Rimasi indolenzita per giorni interi. Vennero i miei a trovarmi la domenica ma non dissi niente. Continuai comunque ad ascoltare la radiolina …

 

… D’inverno trascorrevo giornate intere a letto. Mi lasciavo assalire dalla noia, ma non risultava mai un’idea brillante rimanere nella camerata poiché irrimediabilmente dovevo subirmi tutto il giorno le urla di Marisa, soprannominata “Baraccona”, che litigava con Teresa perché non le portava la padella per la cacca …

 

… Una fredda e piovosa giornata d’inverno (avevo da poco compiuto quattordici anni) decisi di rimanere a letto. Lo facevo frequentemente nelle giornate uggiose, quella mattina però non mi sentivo bene, avevo uno strano mal di pancia. Ad un certo punto voltandomi nel letto scoprii che il lenzuolo era tutto imbrattato di sangue, cominciai a tremare dalla paura e scoppiai in un fragoroso pianto. Erano arrivate le mestruazioni. Ne avevo sentito parlare sui banchi di scuola, ma quando a casa chiesi spiegazioni a mia madre mi rispose di non dar retta a quelle cose, che non erano vere. Dopo di che non mi spiegò niente nessuno, ed ora vedere tutto quel sangue mi spaventava tanto. Venne suor Maria a vedere cosa mi era successo, si mise a ridere e mi disse che ero caduta dal letto, mi disse pure che da allora sarei caduta dal letto tutti i mesi, e che era una cosa che capitava a tutte le donne. Io non ci capivo niente, ero sicura di non essere caduta, ma si intuiva che non era opportuno chiedere oltre, poiché sembrava trattarsi di una cosa brutta di cui bisognava vergognarsi. Infatti, notai che tutte le altre facevano attenzione a non farsi accorgere quando le avevano. Suor Maria mi fece vedere come dovevo sistemarmi ogni volta che mi arrivava il ciclo, mi mise intorno alla vita una cinta di stoffa, poi mi sistemò tre pannolini anch’essi di stoffa che venivano fermati alla vita con una spilla davanti e una dietro, poi mi disse che in quei giorni non dovevo assolutamente mettere le mutande. Io non capivo come facevano le altre donne a sistemarsi in quel modo e a non farsi accorgere da nessuno che erano mestruate, visto che il tutto era ingombrante. Quel fagotto mi dava fastidio stando seduta in carrozzina, rendendomi ancora più difficile l’accettazione del tutto …

 

… Man mano che il tempo passava si spegneva sempre di più in me l’interesse per qualsiasi cosa, mi interrogavo sul senso che la mia vita potesse avere, ero senza volontà, mi indolenzivano gli urli di Baraccona, le grattate di Laura, le ramanzine del Boione che si lamentava perché non mi comportavo da signorina seria, l’obbligo delle preghiere tutti i giorni con orari da suora, le dame di carità che venivano a chiedermi di pregare anche per loro perché il Signore mi ascoltava di più.

Tutto ciò provocava in me una forte ribellione. Cominciai a reagire contro la religione …

 

… Per reagire a una sofferenza vuota, insieme a Lina decidemmo di non fare più la comunione tutte le mattine, ma solo il sabato e la domenica. Questa novità allarmò le suore, ci fecero una valanga di prediche finalizzate a “convertirci”, ma noi continuammo imperterrite …

 

… In istituto più il tempo trascorreva e più mi diventava pesante rimanerci. Le uniche possibilità per uscire consistevano nell’andare agli incontri del Centro Volontari della sofferenza, a Lourdes con l’UNITALSI, dal Papa con le Dame di San Vincenzo. Tutte benemerite associazioni ma con poca fantasia perché perseguivano il medesimo obiettivo: far pregare gli handicappati. Pur di uscire di là si andava anche a pregare …

 

… Una cosa che mi piaceva e che facevo spontaneamente era quella di andare a far visita alle morte dell’istituto. Appena potevo mi recavo presso la camera mortuaria. C’era sempre qualche morta, anzi, spesso i tavoloni di marmo erano completamente occupati. Erano tutte donne anziane, vestite di nero, stavano lì tranquille e sembrava volessero dirmi: “Io finalmente sono arrivata alla fine”. Invidiavo queste donne che avevano terminato di soffrire, che avevano lasciato questo mondo che non mi piaceva affatto, e rimanevo a lungo fissa accanto a loro. Pensavo e non pensavo. Pensavo alla morte come ad una liberazione; la vedevo come l’unica possibilità di uscita da quella situazione assurda e speravo ardentemente che venisse a raccogliermi presto ...

 

… Decisi di reagire scrivendo il mio diario. Fu come una folgorazione. Mi piaceva l’idea di scrivere quello che pensavo, ciò che mi stava intorno e come mi sentivo. Lo mantenevo chiuso sotto chiave e lo costudivo gelosamente. Confesso che avevo una paura matta che le suore lo scoprissero perché mi avrebbero sottratto i miei segreti ...

 

… Io e Lina continuavamo la nostra “rivoluzione interna”. Eravamo certe di colpire forte, rifiutandoci di partecipare alle preghiere, ma non immaginavamo tanto. C’erano comunque cose a cui non riuscivamo a sottrarci, tra cui la frequente visita delle benefattrici e dei benefattori. Erano signore o signori sempre elegantissimi. Per l’occasione noi handicappate venivamo messe in fila lungo il corridoio mentre loro passavano porgendo a ciascuna qualcosa: dolci, indumenti, soldi, in genere mille lire. Io cercavo sempre qualche scusa per non ritrovarmi nella fila perché mi vergognavo da morire, ma erano poche le volte che la spuntavo. Quando i galanti signori andavano via dovevamo ringraziarli con “Deogratias”, che era la formula di ringraziamento comunemente usata perché ereditata dal santo fondatore dell’istituto. Io non riuscivo a capire perché questi signori venivano a portarci cose, non ci conoscevano, li vedevamo solo in queste occasioni, non potevamo chiamarli per nome perché non sapevamo nulla di loro. La suora ci diceva che era gente buona e generosa. Io però quando li vedevo stavo male, davanti a loro avevo la sensazione di essere nuda, mi sentivo spogliata anche del mio nome, della mia età, del colore dei capelli, di tutto ciò che poteva distinguermi dall’altra che era al mio fianco…

 

… Io e Lina continuavamo la nostra “rivoluzione interna”. Eravamo certe di colpire forte, rifiutandoci di partecipare alle preghiere, ma non immaginavamo tanto. C’erano comunque cose a cui non riuscivamo a sottrarci, tra cui la frequente visita delle benefattrici e dei benefattori. Erano signore o signori sempre elegantissimi. Per l’occasione noi handicappate venivamo messe in fila lungo il corridoio mentre loro passavano porgendo a ciascuna qualcosa: dolci, indumenti, soldi, in genere mille lire. Io cercavo sempre qualche scusa per non ritrovarmi nella fila perché mi vergognavo da morire, ma erano poche le volte che la spuntavo. Quando i galanti signori andavano via dovevamo ringraziarli con “Deogratias”, che era la formula di ringraziamento comunemente usata perché ereditata dal santo fondatore dell’istituto. Io non riuscivo a capire perché questi signori venivano a portarci cose, non ci conoscevano, li vedevamo solo in queste occasioni, non potevamo chiamarli per nome perché non sapevamo nulla di loro. La suora ci diceva che era gente buona e generosa. Io però quando li vedevo stavo male, davanti a loro avevo la sensazione di essere nuda, mi sentivo spogliata anche del mio nome, della mia età, del colore dei capelli, di tutto ciò che poteva distinguermi dall’altra che era al mio fianco …

 

… Volevo spiegarmi perché vivere. La tetra monotonia dell’istituto annientava tutte le mie ambizioni. Meno male che la vita è un passaggio e che quindi prima o poi ne sarò liberata. Nei miei pensieri facevo progetti per anticipare la fine. Lo facevo con una freddezza e un’indifferenza tali che a ripensarci mi spavento. Comunque anche stavolta il mio handicap fisico prevalse sulle mie intenzioni: infatti ogni progetto in proposito si scontrava con la sua impossibile realizzazione a causa di movimenti che non riuscivo a fare e del controllo continuo cui stavo sottoposta in istituto ...

 

… Un giorno arrivò una delle solite visite dei benefattori con le mille lire da metterci in mano. Anche quella volta non sfuggii e venni messa in fila lungo il corridoio con tutte le altre, rassegnata a subire quella brava gente. Tra i visitatori c’era una donna incinta che scappò subito dal reparto piangendo disperatamente. Gli era venuta la paura che le nascesse un figlio come noi. Mi dissero che si era spaventata delle mie gambe sbilenche e deformate. Da quel giorno mi fu messa una coperta sulle gambe, leggera in estate e pesante in inverno. Mi fu anche comandato di non uscire sull’atrio durante l’orario di visita, per evitare di incontrare donne incinte. Questo fatto mi colpì, capii di avere un corpo che oltre a non essere piacente poteva addirittura impressionare …

… I periodi di vacanza mi piacevano sempre molto, ma non sopportavo e non reggevo ormai più il confronto tra la realtà di casa e quella d’istituto. Pensavo che avrei sofferto di meno a smettere di andare a casa.

Al ritorno in istituto decisi di non mangiare più. Inizialmente fu tutto tranquillo. Io ero considerata una che scoppiava di salute e quindi almeno a tavola non venivo controllata. Buttavo o davo via tutto quello che mi veniva messo nel piatto. Soffrivo già di ulcera duodenale e lo stomaco vuoto mi faceva sentire dei crampi spaventosi. Per calmarli mangiavo un po’ di pane e olio. Inoltre mi permettevo un dolcino la domenica quando venivano i miei perché non volevo che si accorgessero della cosa. Man mano che passavano i giorni mi sentivo sempre più debole, mi girava la testa specialmente quando ero supina. Di notte avevo gli incubi. Cominciarono a dirmi che parlavo nel sonno, mi agitavo, e qualche volta urlavo. Spesso sentivo che il letto tremava. Eravamo nel periodo sotto Pasqua e i miei genitori mi invitarono come al solito a trascorrere le feste a casa. Partii per Tivoli decisa che in quei giorni avrei mangiato. Invece mi capitò una cosa strana, avvertii un formicolio in testa e poi per tutto il corpo. Mi sentivo piano piano perdere coscienza. Ero in bagno. Poi in camera. Cercarono un medico, non lo trovarono perché era festa. Mi trasportarono d’urgenza al pronto soccorso dell’ospedale di Tivoli. Non riuscivano a capire cosa avessi. Sospettavano le convulsioni o qualcosa del genere. Mi mandarono in un ospedale di Roma nel reparto di neurologia. La diagnosi fu subito fatta: deperimento organico con esaurimento nervoso ...

 

… La degenza in ospedale durò sei mesi. Dopo le prime cure cominciarono ad interrogarmi. Avevano capito che ero stata io a lasciarmi andare al punto da ridurmi in quello stato. Indagavano sui miei motivi ...

 

Non volevo più tornare al Cottolengo e i miei genitori furono informati.

 

… La paura di invecchiare e di dovermi lasciare in dote alle mie sorelle per tutta la vita spinse mio padre a supplicare la superiora del Cottolengo affinché mi riprendesse. Io cercai tramite l’elenco telefonico altri istituti. Telefonai per chiedere di ricoverarmi in più posti. Tutti mi risposero che erano al completo. Non osai contestare la decisione di mio padre. Capii che per uscire dal Cottolengo non potevo contare sui miei genitori.

Prima di questo episodio covava dentro di me la segreta speranza che se i miei genitori avessero saputo la verità non mi avrebbero lasciata là dentro, e nel mio intimo li ripagavo dicendo: “Non voglio crearvi problemi, ma so che mi capite”. Invece successe tutto il contrario. Fu mio padre a comunicarmi che era andato a parlare con la superiora, la quale mi perdonava e mi riapriva le porte dell’istituto ...

 

… Il Cottolengo lo ritrovai come lo avevo lasciato. Non ero riuscita a morire, non ero riuscita a lasciare l’istituto. Le compagne pensavano le cose peggiori su di me, e le suore mi controllavano come non mai.

Rientrata nel reparto venne la superiora, grande, alta, grossa. La vedevo gigante, infinita, e mi perdevo in quella figura che mi sovrastava. Mi disse: “Ti ho perdonata. Ho lasciato che tornassi, ma ora non voglio più storie. Devi fare tutto quello che fanno le altre” …

 

… Nel reparto avevamo tre pappagallini in gabbia, belli e coloratissimi. Sbattevano le ali con decisione qua e là quasi volessero abbattere quelle sbarre di ferro che li imprigionavano. Provai a dipingerli su tela, li pennelai coi colori della libertà che sospiravano tanto. Seguirono altri quadri. In tutti si leggeva una spasmodica ricerca di libertà. Occasionalmente avevo iniziato una mia nuova rivoluzione. Le suore ostacolavano questa mia attività, mi toglievano lo spazio per “fare l’artista” e brontolavano ogni volta che mi vedevano con il pennello incerto tra le dita perché - dicevano - sporcavo il pavimento. Non mi arresi e continuai a dipingere. I quadri li regalavo tutti perché non avevo posto per tenerli ...

 

… Raggiunsi la maggiore età e fui invitata dallo Stato a votare. La vita di istituto mi aveva tenuta completamente ignorante e non avevo la minima idea di cosa fosse la politica. Tutte noi ricoverate conoscevamo però dei personaggi di un grande partito con una croce. Uno di questi con la moglie ci pagava i viaggi a Lourdes, l’altro tutti gli anni per Pasqua ci faceva arrivare enormi quantità di colombe. Le suore con i fac-simili ci insegnavano a votarli. Di un partito ci dicevano di aver paura: era un nemico ed era contro i cattolici e non voleva gli handicappati. Proibito votarlo.

Il giorno delle mie prime votazioni ero emozionata e mi sentivo adulta. Avevo la convinzione di fare una cosa importante e non mi sembrò strano trovarmi la suora dentro la cabina. Quando facevano lo spoglio dei seggi interni i voti risultavano tutti uguali …

 

Tornai a Lourdes e incontrai Roberta. …Fu lei a parlarmi dell’esistenza di realtà che non erano istituti, ma “comunità”. Io non avevo idea di cosa fossero le comunità, nemmeno conoscevo il significato di questa parola.

Roberta mi disse che nelle Marche esisteva una comunità dove gli handicappati lavoravano, la “Comunità di Capodarco”, e che un’altra realtà simile da poco si era aperta a Roma. Mi disse pure che il fondatore si chiamava don Franco Monterubbianesi. Questa Comunità scriveva il giornalino “Partecipazione” a cui lei era abbonata e che se volevo me ne faceva avere un copia. Io ero sbalordita, mi sentivo tanta confusione in testa: forse una porta mi si apriva? Tornai da Lourdes con la speranza nel cuore ...

 

Roberta mi mandò una copia di “Partecipazione” (la rivista di Capodarco).

… Lo rivoltai più volte nelle mani, ero molto emozionata, e mi chiedevo se tra quelle righe ci fosse stata una soluzione per me. Cominciai a leggerlo ma non ci capii molto. Lo trovavo complicato, vi erano usati termini che non avevo mai sentito, come: autogestione, cooperative, protagonismo e così via. Non riuscivo a collegare, ma di una cosa fui certa: questa doveva essere una realtà completamente diversa dal Cottolengo perché parlava di cose che da noi o erano proibite o non esistevano. Decisa come non mai scrissi a don Franco servendomi dell’indirizzo stampato sul provvidenziale giornalino. Non ricordo cosa scrissi, credo tutta la disperazione, ma anche tutta la speranza e la voglia di vivere che mi erano rinate dentro.

 

Don Franco venne a trovarmi il giorno stesso che ricevette la lettera, insieme a Marisa e Agostina. Capitò per caso anche mia sorella Natalina e venne così a conoscenza dei miei nuovi progetti. Don Franco mi parlava della comunità e io ascoltavo entusiasta. Mi propose una breve esperienza. Pensammo di sfruttare le vacanze di Pasqua che erano ormai prossime. D’accordo con i miei (per l’istituto andavo a casa) sarei passata a sbirciare la comunità. La Pasqua era alta e i giorni di vacanza erano di più perché comprendevano anche il 25 Aprile e il primo Maggio. Dopo aver trascorso qualche giorno in famiglia don Franco mi mandò a prendere.

I miei genitori dubitavano di questa mia decisione. Vedevano la comunità come una realtà che offriva poche garanzie e temevano che lasciando l’istituto mi ritrovassi poi sguarnita di un posto dove andare. Avevano chiaro però che questa volta non avevano il potere di farmi tornare indietro dalle decisioni prese, anche se riuscivano molto bene a trasmettermi la loro ansia.



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